
di Arnaldo Casali
Qualche giorno fa, in occasione della visita della comunità accademica dell’Istituto Jp2 alle chiese di San Benedetto in Piscinula e San Francesco a Ripa, ho tenuto una piccola conferenza sulle figure di san Benedetto da Norcia e san Francesco d’Assisi (entrambi, peraltro, umbri e trasteverini come me!).
Dal momento in cui l’Istituto si occupa, però, di matrimonio e famiglia (e nessuno dei due patroni era sposato) il Preside mi ha chiesto di parlare anche del mio rapporto con Beata Golenska.
Ora, io sono egocentrico, è vero, ma sono anche giornalista da più di venticinque anni, quindi non sono abituato a parlare di me stesso, né tantomeno della mia vita privata.
Quindi finché ho parlato di Benedetto e Francesco sono stato piuttosto disinvolto e brillante, ma quando ho iniziato a parlare di mia moglie, mi sono subito commosso e praticamente il resto del mio discorso è andato avanti tra lacrime e singhiozzi repressi.

L’ultima volta che avevo pianto in pubblico era stato proprio il giorno del matrimonio, quando avevo faticato anche a pronunciare le formule di rito.
Io non credo di avere la lacrimuccia così facile: non ho pianto nemmeno al funerale di mia madre, ma quando parlo di Beata mi commuovo sempre, soprattutto nell’ultimo anno e mezzo, da quando – cioè – si è trasferita in Arabia Saudita senza lasciarmi davvero solo nemmeno per un giorno.
Io manzonianamente penso che dell’amore non si debba parlare: l’amore va vissuto e costruito, non ostentato e celebrato: non ho mai pubblicato in vita mia la foto di un bacio e detesto la retorica sentimentale.

Ma per l’Istituto la mia testimonianza aveva, in realtà, un interesse accademico. Così poi per due giorni studenti di tutto il mondo – dalla Cina alle Filippine, dall’Egitto alla Nigeria – oltre al Preside e ai professori, mi spiegano che il nostro è letteralmente un caso da studiare, perché si tratta di un matrimonio vissuto a distanza e senza figli, ma basato sulla condivisione di progetti.
A quanto pare, anche se in scenari completamente diversi, questa è una sfida che riguarda oggi molte coppie nel mondo.
Quindi mi sono ritrovato in questo contesto piuttosto buffo e improbabile, con la gente che mi faceva domande molto specifiche e mirate riguardo al mio matrimonio, mentre io continuavo a piangere raccontando la nostra storia, dall’incontro a Bruxelles il 23 maggio 2016 – al Dipartimento Relazioni Estere dell’Unione Europea, per iniziativa di Veronica, la mia sorella rumena che avevo conosciuto a Taizè nel 1998 – fino ai tre matrimoni in cinque anni (civile 2020, religioso 2022, mutuo 2025), passando per l’India, il Belgio, e poi il lavoro trovato da entrambi a Roma durante la pandemia in pieno lockdown, e poi la nuova partenza per l’Arabia e la curiosa condizione di trovarsi entrambi a lavorare per le uniche due monarchie assolute rimaste al mondo.

Beata mi ha salvato, in tutti i modi in cui una donna può salvare un uomo, e continua a farlo ancora oggi.
Tutte le cose più belle mi sono successe da quando la conosco, mi ha regalato sicurezza e autostima, mi ha fatto persino sentire bello e affascinante e nei momenti più oscuri è sempre rimasta la luce in fondo al tunnel.
Eppure dieci anni fa non avrei scommesso un centesimo sul nostro rapporto. Mi ha trovato cinico e disilluso, convinto di non potermi e non volermi più legare a una donna, senza più un briciolo di fiducia nel mondo femminile. Perché le donne si incuriosiscono, si innamorano, ti fanno sentire amato e protetto, poi un giorno si stufano, se ne trovano un altro e ti abbandonano. E per una persona insicura e complessata come me è una cosa devastante.

Sono dieci anni che aspetto che Beata si stufi e mi lasci, e ancora non l’ha fatto. E’ l’unica donna che non mi ha mai abbandonato: è l’unica persona che non mi ha mai deluso.
Anche sotto le bombe, mentre deve gestire l’evacuazione di diplomatici in zone di guerra, continua a pensare a questo piccolo coglione narciso.

Lo confesso, come l’ho confessato davanti a tutti: a volte mi sono sentito abbandonato da Dio, ma non mi sono mai sentito abbandonato da Beata. E dopo dieci anni – e tutte quelle che abbiamo passato – credo che sia venuto decisamente il tempo di proclamarla Santa.






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